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Chiara Coccorese (Napoli, 1982) si è diplomata all'Accademia di Belle Arti di Napoli nel 2005 e ha conseguito "Master in Fotografia Professionale" presso la scuola di Andrea Scala a Napoli. Dalla pittura, grazie alla quale sperimenta accanto al colore ad olio gli effetti dei più svariati materiali, comincia ad appassionarsi alla fotografia che, gradualmente, diventa protagonista dei suoi lavori: la sua ricerca si orienta verso la creazione di piccole scenografie che riproducono paesaggi fantastici o frammenti di favole classiche o inventate, mentre il colore rimane esclusiavamente a descrivere atmosfere e cieli immaginari. Il tutto viene impresso in una fotografia digitale, che immortala un frammento di realtà immaginata.

 

Articoli e interviste

 

INSIDEART (online) - - INSIDEART (press) - "Coccorese, scatti dal paese delle meraviglie" - di Giorgia Bernoni

LA REPUBBLICA.IT - "Il mondo delle carte da gioco nelle foto della Coccorese" - di Ilaria Urbani

HATE TV - "Intervista con CHIARA COCCORESE" - di Angela Caserta

INTERNATIONAL BUSINESS TIMES - "Chiara Coccorese e i suoi scatti tra fantasia e realtà" - di Arianna Adamo

STYLE.IT - "Sogno o son desta?" - di Elisa della Barba

CITTA' NUOVA - "L'Ancien Régime di Chiara Coccorese" - di Giuseppe Distefano

LA REPUBBLICA NAPOLI - "Otto giovani autori al Madre" - di Mario Franco

RAI TELEVIDEO - "La scelta di Maria" - di Mariaceleste de Martino

LA REPUBBLICA NAPOLI - "Chiara e Alessia fra fiabe e presepi conquistano il Festival della Creatività" - di Ilaria Urbani

IL MONDO DI SUK - "Il "Magico Mondo" di Chiara Coccorese" - di Francesca Panico

 

 

TESTI CRITICI

 

Chiara Coccorese
di Nicola Davide Angerame

Chiara Coccorese è una artista che "gioca" con la fotografia in senso letterale e metaforico: "letterale" perchè ama dedicare energie alla costruzione dei propri set; "metaforico" perchè in questo gioco con la fotografia è la stessa fotografia ad essere messa in gioco nella sua natura di obiettiva riproduzione del reale e diventa proiezione dell'interiorità. Il mondo di Chiara Coccorese è rivolto ad un altro luogo di sopravvivenza del "mito". Si tratta di un luogo accogliente e inquietante quale è quello della fiaba. Grazie ad un approccio narrativo alla fotografia di genere stage photography, Coccorese ricostruisce un mondo utilizzando il linguaggio sognante dell'infanzia. Uno stadio dell'esistenza connotato da un approccio gnoseologico al gioco: costruendo il proprio universo si ripete quello reale al fine di renderlo familiare, giocandoci come se quel questo potesse essere disponibile, addomesticabile. L'ottica mitizzante serve proprio ad abbellire e personificare le "quattro stagioni", ad esempio, al fine di creare un ponte antropologico con la Natura indifferente rispetto al destino e al dolore umani, di cui Giacomo Leopardi ha lasciato un testamento assoluto nel Dialogo della Natura e di un islandese. In questa ricostruzione l'artista si chiama in causa attraverso un lavorio di specchi riflettenti la propria immagine. Aspetto concettuale di una fotografia che fornisce una visione surreale, divertita e divertente, ma cerca un contatto con gli aspetti più ideali del fotografare: l'autorialità, il rapporto tra il soggetto e l'oggetto del fotografare, la presenza dell'autore nell'opera. Come ci ha insegnato il capolavoro aurorale di Diego Velàzquez, Las Meninas, l'autore dell'opera può entrare a farne parte attraverso uno sguardo che renda evidente la propria autorevolezza. Coccorese lo fa in Autunno, dove inscena un personaggio femminile immerso dentro una scena di sapore autunnale. Il fondale è dipinto, gli alberi sono fatti di frutti e bacche, il terreno è popolato di foglie secche e noci la donna è fatta di legni. Tutto è finto perchè sia vero. L'idea del pupazzo viene qui messa al centro di un gioco di cui l'autrice è il deus ex machina, la designer di una scenografia che possiede i caratteri di una narrazione che non porta in nessun luogo, come una favola appena accennata da leggere in profondità, come lo Spaventapasseri crocifisso, piuttosto che nella distensione cronologica. Ci si aspetta una storia, ma i lavori di Coccorese sono legati ad una visionarietà che apre una dimensione del narrare che collega le inquietudini del sogno e la semplicità della favola ad certo un simbolismo infantile. Coccorese illustra i capitoli di una narrazione che si dipana come un sogno, come una fiaba destrutturata, in cui i personaggi e i paesaggi non stanno più insieme ma vanno ciascuno per conto proprio. Un mondo di colori come ne la Fabbrica di cioccolato diretta da quel Tim Burton a cui Coccorese potrebbe essere debitrice, se soltanto il suo lavoro propendesse decisamente verso la direzione del grottesco invece di optare per una più genuina vena drammatica e giocosa che l'avvicina al teatro delle maschere italiano e che proprio nella tradizione partenopea sa essere così ricco di colori e personaggi. La fotografia di Coccorese parte da dove Andy Warhol ha terminato e da quella consapevolezza che la stage photography ha maturato, confermando l'intenzione degli artisti di fotografare mondi da loro stessi creati. La fine dell'immagine "per eccesso di immagini" profetizzata da Warhol, che serigrafava foto "rubate" ai media, porta alla fine della fotografia pensata come racconto del reale e fa nascere un nuovo mondo che bene ha descritto un "fotografo giocoliere" come Vik Muniz, usando la massima: "Non c'è più nulla da fotografare. Se vuoi fotografare qualcosa di nuovo, devi prima crearlo". E' la nascita di una fotografia che registra un mondo creato appositamente per lei, spesso per un solo battito del suo otturatore.



Nella buca di Alice
di Diego Mormorio

Guardare le immagini di Chiara Coccorese è come scivolare dentro la buca di Alice nel paese delle meraviglie. Viaggiare nelle più carrolliane delle fotografie possibili. Già la prima volta che ne ho viste alcune, mi sono trovato a casa. Nell'unica casa dove è possibile abitare: dove il quotidiano è fantastico e il fantastico quotidiano. Dove cioè la verità è fatta d'immaginazione, che arde come il fuoco nel cuore del pianeta. Se avesse visto queste immagini Charles Baudelaire non avrebbe lanciato la sua celebre invettiva contro la fotografia; non avrebbe detto: "è sorta in questi deplorevoli giorni una nuova industria che ha contribuito non poco a distruggere ciò che di divino forse restava nello spirito francese". Nella fotografia, infatti, Baudelaire vedeva il naufragio di quello che per lui era un vero e proprio mito: quello dell'immaginazione, dal quale faceva dipendere non soltanto il risultato creativo, ma anche la vita di tutti i giorni. Per Baudelaire l'immaginazione è centro di tutto. "L'immaginazione – scrive – è l'analisi, è la sintesi, e tuttavia anche uomini capaci nell'analisi e non negati nel ragionamento riassuntivo, possono mancare d'immaginazione. [...] L'immaginazione invero ha appreso all'uomo il senso morale del colore, del contorno, del suono e del profumo. Essa ha creato, al principio del mondo, l'analogia e la metafora. Essa scompone tutta la creazione e, con i materiali raccolti e disposti secondo regole di cui non si può provare l'origine se non nel più profondo dell'anima, crea un mondo nuovo, produce la sensazione del nuovo. [...] Che cosa mai si può dire di un guerriero senza immaginazione? Può essere un ottimo soldato, ma se sarà alla testa di un esercito, non farà nessuna conquista. Ciò si può paragonare al caso di un poeta o di un romanziere che togliesse alla facoltà immaginativa la direzione delle altre facoltà per trasferirla, a esempio, alla conoscenza della lingua o all'osservazione dei fatti. Che dire di un diplomatico senza immaginazione? [...] Di uno scienziato senza immaginazione? [...] L'immaginazione è la regina del vero, e il possibile è una provincia del vero. Essa è concretamente congiunta con l'infinito". Agli occhi di Baudelaire, la fotografia appariva del tutto priva di capacità immaginativa e, per questo, collocata nel numero delle cose, oltre che inutili, dannose. Di fronte alle immagini di Chiara Coccorese, Baudelaire sarebbe costretto a ricredersi. A meno di dire che non si tratta di fotografia. E di che si tratterebbe? Di post–fotografia. Di qualcosa che è in grado addirittura di abbandonare la struttura prospettico matematica che è alla base della fotografia e della sua cosiddetta verità. In alcune immagini, Coccorese ci fa sentire vicine certe antiche e bellissime figure cinesi o giapponesi, certe miniature persiane, così come certi disegni di bambini. Il suo mondo resta, comunque, inseparabile dalla cultura occidentale. Nelle sue composizioni troviamo infatti espliciti richiami alla tradizione pittorica, così come a quella iniziatica. In Maria e il bambino, ad esempio, il drappo dorato rimanda agli sfondi d'oro delle icone bizantine, mentre i cappelli fungono da aureole e il paesaggio sullo sfondo, volendo richiamare il concetto esoterico della via secca e della via umida, è composto da due parti, una rocciosa e l'altra verde. Nelle immagini di Coccorese l'intreccio di sacro e profano mostra il suo aspetto più affascinante nella presenza di oggetti irrisori della vita quotidiana, come calze, bigodini, grucce, etc. Oggetti che sono quasi il filo d'oro col quale l'autrice cuce la sua tela fatta di frammenti diurni e onirici. Un'ultima considerazione. Nelle composizioni di Coccorese la natura torna alle origini del pensiero occidentale, alle nostre radici greche. Assume una centralità che non può venire meno – mostra tutta sua forza, la sua intramontabilità.



Ancien Régime
di Chiara Pirozzi

Risulta difficile approcciare i lavori di Chiara Coccorese per quello che sono, vale a dire fotografie, è altresì naturale avvicinarsi a queste immagini come fossero opere pittoriche. La ricerca della Coccorese procede secondo un'indagine induttiva che, partendo dai singoli e innumerevoli oggetti riconosciuti dai nostri sensi o dal pensiero irrazionale, tende a rappresentare postulati universali. Le radici delle opere vanno ricercate a ritroso nel tempo, nel realismo fiammingo di Jan Van Eyck, nelle dottrine filosofiche nominaliste e nella simbologia esoterica. Le quattro carte da gioco che compongono il ciclo di Ancien Régime, solo superficialmente rappresentano un mondo fantastico frutto della mera inventiva dell'artista, esse sono, piuttosto, indicative di una consistenza empirica che giunge alla nostra conoscenza attraverso i singoli oggetti percepiti. La dedizione con cui sono resi i particolari degli interni aristocratici non ha unicamente lo scopo di caratterizzare socialmente la regalità dei soggetti, ma ogni miniatura si carica di significati simbolici legati ad assiomi come l'amore, sia esso sacro o profano, il potere, la sessualità, la vita e la morte terrene. La pregnanza simbolica nelle fotografie è tale che l'immagine diviene un sostituto della realtà, una sorta di testamento ufficiale atto a garantire l'effettivo incontro tra le Regine e i Re dei giochi di carte. La presenza della fotografa riflessa allo specchio, una sorta di anima e di spirito creatore, rappresenta un'ulteriore garanzia di veridicità delle azioni dicotomiche in atto al momento dello scatto. I soggetti in scena sono volutamente immortalati come fossero cerei attori mimici, i cui stati d'animo sono appena delineati in favore di una descrizione atemporale dei sentimenti evocati, ma quest'apparente freddezza si scontra però, necessariamente, con le umane passioni dei protagonisti. Il cammino intrapreso dall'autrice verso la piena consapevolezza del sé ha inizio con la rappresentazione della superbia, personificata dalla Regina di Fiori, alla quale fa da contrafforte l'avarizia, incarnata dal Re di Denari; si tratta della descrizione di un dialogo castrato, assolutamente quotidiano nelle sue dinamiche. Il viaggio tra conscio e irrazionale procede con la rappresentazione dell'amore sacro e di quello profano espressa dal confronto tra l'ironica realtà, narrata della Regina di Cuori con il Re di Spade, e l'immagine dell'incontro ideale, delineato nell'arazzo sullo sfondo. Nella terza azione i richiami legati alla gnoseologia esoterica sono chiari: il percorso verso la conoscenza passa, stavolta, attraverso la castità, simbolicamente rappresentata dal Re di Coppe nell'atto di rovesciare il contenuto del suo amato strumento. L'impalpabile pathos sul volto e nei gesti della Regina di Picche è testimonianza del duro sacrificio imposto alla coppia. L'ultima fotografia, più recente e matura, descrive l'incontro tra la Regina di Quadri, irascibile e intollerante, e il Re di Bastoni, infantile e buffone. L'immagine, che a un primo livello di lettura pare chiudere il ciclo in modo ironico e scanzonato, rimanda alla categoria universale della morte fisica e spirituale insieme, simbolicamente rappresentata dalla breccia nella parete in stato di decomposizione dalla quale fuoriescono piccoli insetti. La ricerca di Chiara Coccorese, in definitiva, non procede per sottrazione del dato sensibile al fine di giungere a una sintesi concettuale, ma essa, appropriandosi di tutti gli elementi provenienti da ciò che circonda il quotidiano e l'immaginario onirico dell'artista, ha la capacità di riportare integralmente e senza diminutio gli elementi analizzati, servendosi di un'originale rielaborazione lessicale ed estetica. La tecnica utilizzata è composita, frutto di una sapiente integrazione tra pratica fotografica, allestimento scenografico e postproduzione digitale. Il risultato è la messa a punto di una composizione elegante, equilibrata e mai esagerata nonostante l'uso di elementi scenici dal gusto marcatamente ampolloso. Il ciclo fotografico non ha certamente né la forza né la pretesa di innalzarsi a soluzione salvifica e neppure mira all'acquisizione dell'autoconoscenza assoluta mediante la presa d'atto delle debolezze umane. Pur partendo dallo studio delle filosofie legate alla gnoseologia, l'artista pone in essere un processo maieutico, grazie al quale l'immagine fotografica agisce da strumento di dialogo allo scopo di raggiungere il palesamento di memorie e storie sia personali che collettive.

 

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Galleria Paolo Erbetta Arte Contemporanea

Via IV Novembre, 2

71100 FOGGIA,

Italy

Tel. +39 0881 723493

E-mail info@galleriapaoloerbetta.it

 

www.galleriapaoloerbetta.it

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WhiteLabs culture in progress

Via Tiraboschi, 2

(MM Porta Romana) MILANO,

Italy

Tel. +39 346 47 11 759

E-mail pr@whitelabs.it

 

www.whitelabs.it

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Dino Morra Arte Contemporanea

Via Carlo Poerio, 18

NAPOLI,

Italy

Tel. +39 392 9420783

E-mail morra.dino@libero.it

 

www.dinomorraartecontemporanea.com

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Galleria Fòndaco

Via degli Zingari, 37

ROMA,

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Tel. +39.06.4873050

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Art fairs

 

2012 - AAF - Affordable Art Fair (MilanoSuperstudio Più) , MILANO

2012 - ARTEFIERA OFF, "Contemporary Party 2012" a cura di Simona Gavioli, BOLOGNA

2011 - Solo exhibition at "The Others ArtFair", TORINO

2010 - MiArt2010 (FieraMilanoCity), MILANO

 

Solo exhibitions

 

2011 - Galleria Dino Morra, "Ancien Régime", a cura di Chiara Pirozzi, NAPOLI

2011 - Galleria Fondaco, "La scelta di Maria", a cura di Diego Mormorio, Circuito FotoGrafia Festival Internazionale di Roma X Ed, ROMA

2011 - WhiteLabs Gallery, "Once upon a time" a cura di Nicola Davide Angerame, MILANO
2009 - Paolo Erbetta Arte Contemporanea, a cura di Nicola Davide Angerame, FOGGIA


Group shows (selected)

 

2011 - "WhiteXmas", a cura di Nicola Davide Angerame, WhiteLabs gallery, MILANO

2011 - "Incontri pour l'Image", MADRE Museum, NAPOLI

 

2010 - "Cascina Farsetti Art", VILLA DORIA PAMPHILJ, ROMA

 

2009-2007

"VENUS IN ECO FURS", Cell63 ArtGallery, BERLIN
“Expressioni 2009”, Complesso Museale Villa Arbusto, Lacco Ameno ISCHIA
"Inaugural Exhibit Featuring Special Artist Show" Art Raw Gallery, NEW YORK
"Its a plasticine world", Rhubarb & Custard - Eton's Boutique Photo Gallery, UK, ETON

"De Rerum Digitalis" edited by Giovanni Cervi; at “Festival della Creativita'  2008”, FIRENZE

"Heroes", Not Gallery, NAPOLI

 

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